cuore di polipropilene

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mandibole — Riccardo Mazza

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La prima volta che mio fratello viene messo al mondo non ha niente che faccia pensare a una stella. C’è ancora luce, tranne in un fazzoletto di terra dove la neve, invece di rifrangerla in ogni direzione, s’è fatta soffocare da una pozza scura di sangue. Finché quel sangue se ne sta a posto, prima cioè che cominci a tracimarle dalla vagina, sua madre affronta il momento a modo suo: gambe unite, culo stretto e testa in giù. Come se potesse rallentare o, meglio, impedire il corso degli eventi. 

Per tutto il tempo del travaglio io me ne rimango nascosta nella baracca degli attrezzi, protetta dalle pareti ondulate di lamiera; gli occhi nei fori mangiati dalla ruggine, a misura e alla giusta distanza per farceli stare comodi come sotto al lenzuolo di un fantasma per bambini, o al cappuccio di un boia. 

Riuscite a vederla bene come la vedo io da qui? 

Tiene le braccia belle larghe, stirate più che può. E non per atteggiarsi a un Cristo in croce qualunque (non la sfiora tanta sfacciataggine) ma per fare leva e ancorarsi alla terra sotto la neve nelle ondate delle contrazioni. Quando queste la lasciano respirare, fa riemergere le mani e le incrocia al petto, il tempo di farle riposare. Poi ricomincia daccapo. 

Accarezza la neve in cerca del suo gelo anestetico e senza volerlo la sporca, seminandoci sopra la terra sterile che le si stacca dalle dita. Come poi le contrazioni tornano, riaffonda le mani nella neve e riprende a scavare fino allo strato di fango, in cerca di un’erbaccia, una radice o di una crepa almeno in cui infilarsi, una crosta arcigna da sollevare come la linguetta di una lattina di Coca-Cola: qualunque appiglio decente per resistere allo smottamento. E più prova a contenere gli spasmi, più sente la sua creatura scapparle via per venire alla luce. Tanto che non riuscirà a impedirle di nascere: se a forza di scavare finisce per mischiare terra e neve, alterando lo stato d’inerzia che le aveva mantenute fino a poco prima separate come due strati di una torta, da mio fratello invece finisce per separarsi una volta per tutte: lei fatta di carne e quasi morta; lui di plastica, silicone e circuiti elettrici. E quasi vivo. 

Nonostante, infatti, questo scarto materiale, alla fine lei partorisce come natura comanda: nel dolore e nel gorgo di sangue di una mortifera solitudine.

Ne porta i segni, mio fratello. 

Tipo: la pelle butterata, come se la vagina di sua madre l’avesse masticato prima di sputarlo fuori, un pezzo alla volta; il liquido amniotico che lo fascia come cartapesta verde vomito, il cranio ammaccato – l’ultimo a uscire dalla morsa – e grumi di sangue tra i capelli. E quel cuore miracoloso, ci vuole orecchio a sentirlo: batte quasi sottovoce. Eppure, a dispetto delle apparenze, lo fa senza sosta benché spremuto fino all’ultima goccia in un campo di battaglia senza superstiti.

A guardarlo da vicino, insomma, non se la passa così bene; se ne sta pancia all’aria finto morto, rigido e tutto d’un pezzo a eccezione di un piede che penzola storto dalla caviglia. Non piange e, finché non lo prendo e non glieli apro io, tiene gli occhi belli chiusi come se non fosse cambiato nulla da un prima a un dopo. 

Come i miei, ha gli occhi azzurro ghiaccio che fanno pendant con tutto il resto intorno. Come i miei, se tanto mi dà tanto, non cambieranno colore crescendo. Annaspa per catturare un po’ di quell’aria gelida che lo avvolge, non si sa se per tenerlo in vita o se per congelarlo. Di certo, se proprio deve essere una stella, fino a notte non brillerà. Finché cioè mia madre non tornerà a casa, per prenderlo sotto la sua ala protettiva e farlo rinascere una seconda volta. 

E intanto che la notte arriva, me lo stringo al petto per provare almeno a dargli un po’ di calore, non avendo null’altro invece per consolarlo: né latte né oro da estrarre dai miei capezzoli pom pom. Come però la notte arriva, la sua tenebra velenosa vanifica ogni mio sforzo. Travestita da agnello, e dissimulata dal bianco luccicante della neve, gli entra dalle narici e un soffio dopo l’altro gli incenerisce i polmoni, o qualunque scheda logica abbia tra le costole, col risultato che mio fratello smette poco a poco di respirare, o almeno credo, non ne sono sicura, non più del fatto che diventi sempre più freddo. 

E se per opporre una qualche forma di resistenza – quanto potrei andare avanti spacciando il mio cuore scialbo per una pelliccia? – provo a sbuffargli sul viso, si congela all’istante e rapprende come moccio anche l’aria che mi esce di bocca. 

Di scaldarlo non c’è verso e non alzo più un dito; guardo in faccia le cose come stanno: ha ripreso a nevicare e mi sta morendo tra le braccia in uno sfarfallio di luce.  

Proprio come fa una stella.

O una bambola con le pile scariche.

***

Forse, in un frangente come questo, dovrei pregare i tuoni e i fulmini a cui sono devota ma non è quello che mi viene. Mi viene naturale invece di parlargli, sebbene lui non possa afferrare il senso delle parole e di qualsivoglia manfrina gli sussurri nelle orecchie. In compenso meglio far rumore – tra quelle onde di frequenza, in gran parte mezze rotte, ce ne sarà mai una che faccia un po’ di schiuma tiepida sulla pelle? – che questo silenzio glaciale. Un silenzio che già così, con quella sua luce lattiginosa che sbraccia tra i miei bisbigli per farsi spazio, mi comprime le tempie; ma se prendesse il sopravvento, tanto gelido e feroce silenzio mi schiaccerebbe fino a farmi scoppiare la testa come un melograno. A maggior ragione a mio fratello, che ha il cranio molle e indifeso di un neonato.

Stretto al petto, che come s’è visto può ben poco, accoccolato tra le braccia come se potessero, almeno loro, fargli da coperta, da un po’ ho smesso di cullarlo: non vorrei succhiargli le sue ultime energie. Non vorrei soprattutto romperlo in mille pezzi dopo che il gelo ha vetrificato il polipropilene di cui è fatto, facendo emergere delle crepe che non promettono niente di buono. Per non dire del respiro, che ora va a tempo col suo cuore: flebile e a tratti in apnea, tanto da indurre a pensare che stia sprofondando in uno stato di morte conclamata, e non più solo apparente. Gli faccio forza e gli dico che non sarebbe l’unico strambo e fragile in famiglia, che è in buona compagnia. 

Gli dico, per cominciare, che ho il diabete mellito, che è una malattia cronica (la guarigione, in pratica, me la posso scordare) e autoimmune (senza altra spiegazione perciò che non sia il mio schizofrenico sistema immunitario) che mi ha distrutto le cellule beta che producevano insulina e che dunque mi ha reso dipendente da un’insulina esterna prodotta in laboratorio, che è come avere una di quelle scimmie cavie sulla spalla senza che mi sia mai sognata di adottarne una. È una scimmia arrabbiata e cattiva; oltre che pesante da portare a spasso, mica leggera come un topo o un pappagallo o un gattino a forma di sciarpa tra capo e collo, avessi potuto scegliermelo il mio animale ombra. E invece mi è toccata questa bestia pulciosa e parassita che, per quanto voglia scacciarla o anche solo dimenticarla per un po’, non se ne va via neanche a calci e pugni. Mai, proprio. E, che non se ne andrà mai, me lo sussurra ogni notte guastandomi il sonno. Se scende a farsi due passi è solo per un giro di giostra, un’illusione in un gioco di specchi: non si allontana che di poco, e per poco, ché poi torna sempre ad appollaiarsi sulla mia spalla cuccia, ormai bella che abrasa. E mi fa scherzi scemi, tipo il solletico o vomitarmi all’orecchio parolacce e bestemmie per confondermi, mentre per esempio qualcuno mi sta parlando e dovrei prestargli ascolto. (Sabotava ogni mia relazione sociale, almeno finché ne ho avute.) Oppure, più spesso, si diverte a farmi da aguzzino – è una scimmia di sesso maschile – secondo come gli va: mi tira pugni sulla schiena o me la scava con le unghie, mi caga e piscia addosso dandosi arie da piccione, mi palpa i seni e mi strizza i capezzoli, mi scopa come un padrone e io la schiava: mi rimette in riga e si prende gioco di me, giorno e notte; è uno stillicidio.

Mio fratello non batte ciglio. 

Non può capirmi, del resto. Ma vado avanti comunque e gli dico che non è finita qui, ecco la ciliegina: che sono pure io uno scherzo della natura, quanto e più di lui. E gli confesso allora che da piccola un fulmine mi sfiorò mentre stavo schiacciata contro un albero credendo di stare al sicuro e che il mio sistema immunitario – tanto mi aveva traumatizzato quella morte vista così da vicino – ha poi cominciato a svalvolare sterminando le mie cellule beta. 

Poca roba però in confronto a tutto il resto che quel fulmine mi avrebbe risvegliato: uno, il potere di sentire le voci – voci di angeli, madonne, di diavoli, di piante, di cose, di stelle e pianeti e meteore, di poveri cristi e fantasmi (senza lenzuolo, ma veri da far tremare le ossa) – e, due, il potere di dare la scossa elettrica. Ossia: con una carezza posso friggere e incenerire qualsiasi essere vivente. Suona come una compensazione per la fregatura della malattia, tutto questo grumo di poteri. Ma non è che poi ci faccia granché, anzi. Gli dico per esempio che potrei concentrarmi sui cattivi, e anche però che non ho la presunzione di saper distinguere tra buoni e cattivi e che non mi sono, dunque, cucita addosso un costume da supereroina per rendere la cosa eccitante. Che poteri del genere non ti mettono per forza su un piedistallo, e che a me hanno reso più sola e fragile e insicura di quanto già non fossi. Sicché vivo in una prigione dorata, che sarà anche casa sua se lo vorrà, se solo si sforzasse di rimanere vivo. Gli prometto poi che anche se sua madre Katalin è morta – dissanguata per darlo alla luce, gli preciso – avrà in compenso la mia di madre, che ha le spalle larghe per prendersi carico di ogni fardello: «A me gli occhi se non ci credi!» 

E ancora gli dico che lui, essendo di plastica, almeno nel guscio fuori, non ha nulla da temere a stare tra le mie braccia. Gli dico che sono certa che al suo interno è attraversato da circuiti elettrici, e che dunque in fondo ci assomigliamo più di quanto possiamo vedere a occhio nudo. In fondo, finisco di dirgli, elettrico lo è diventato anche il mio sistema nervoso tutto, centrale e periferico: si porta a zonzo una scintilla perenne che, per quanto bruci, non fa alcun cortocircuito. 

Non dentro di me, almeno.

E se c’è una preghiera che possa dire, l’unica che mi venga dal cuore, eppure dettata dal buon senso, non è rivolta a mio fratello affinché resista, né a un Dio che possa metterci del suo. Tantomeno a tuoni e fulmini, più demoni e compagni di sventura che altro. Ma molto terra terra a mia madre: la prego di tornare presto, di non lasciarci al buio e al gelo e di riportarci a casa; la prego di considerare che non si tratta di me soltanto, che c’è pure mio fratello di mezzo, appena nato e innocente fino a prova contraria, e che non può lavarsene le mani. 

Guardo in fondo alla nostra strada, ai piedi della collina, se per caso la luce lampeggiante del cancello automatico si accende, ma ancora niente. Mia madre punta sempre il telecomando in direzione del cancello molto prima di vederlo o di arrivarci sotto; e a due curve e un bel pezzo di rettilineo di distanza, all’incirca trecento metri e qualche di strada e cinquanta scarsi in linea d’aria, non appena cioè entra nel raggio d’azione del telecomando, lo riesce ad aprire sorprendendosene ogni volta come se fosse una magia. (Come se non le bastassi io, alla voce magie e stranezze varie.) A ogni modo questa fissa di azionare in tempo il cancello nasce dalla voglia di imboccare la salita di casa senza doversi fermare, ma tirando dritto e scalando al massimo in seconda. Non è per pigrizia che si fa venire certe voglie, ma per sfida. Guardo allora in fondo alla discesa e vedo la bocca di un pozzo scuro: le grate del cancello di ferro sono così sottili da trattenere a malapena la neve, che ne avrebbe in caso rischiarato la sagoma. Ora quel cancello chiuso è solo un buco nero, ma abbastanza piccolo da non risucchiarci: non certo la fine che ci potrebbe toccare in sorte, non dopo una nascita così prodigiosa che afferma tutto il contrario: il trionfo della vita.

Sta facendo tardi mia madre, forse per colpa delle strade innevate. Avrà lo stomaco vuoto, e i crampi la faranno più scontrosa e irritata del solito. Torna sempre affamata e né io né Katalin abbiamo potuto prepararle niente questa volta, va da sé. Così che al buio e al gelo mi assale la paura che lei – una volta arrivata e pur vedendoci come stiamo messi, io e mio fratello – invece di salvarci il culo possa reagire male e punirci. 

Non è una paura irrazionale, niente affatto. E mi viene voglia di piangere. 

È la logica conseguenza dei moti rivoluzionari dei miei pianeti astrali a braccetto coi miei neuroni specchio, dopo che per anni lei ha schifato tutto il mio cieco ed elettrizzato amore facendone una valle di lacrime, e di vergogna. Del resto non le ci vorrà molto per capire che ho lasciato morire dissanguata la sua domestica, affinché suo figlio fosse tutto mio. Potrebbe chiudere un occhio e far finta di niente oppure punirci per farci scontare la mia superbia, di cui mio fratello è solo un pallido e involontario riflesso. Me lo terrei stretto facendo scudo con le braccia per proteggerlo dalle frustate, a ogni modo. E mi cucirei la bocca pur di non rivelarle la maledizione che Katalin ha scagliato contro suo figlio, prima di esalare l’ultimo respiro. 






Riccardo Mazza (Pescara, 1972) è sceneggiatore di serie Tv e autore di documentari. Si è laureato in Filosofia all’Università di Bologna con una tesi in Ermeneutica Filosofica e ha proseguito gli studi diplomandosi al Master della Scuola Holden e seguendo poi il corso Script Rai. Ha insegnato in laboratori di scrittura creativa all’Università di Teramo e alla Scuola Holden, e da qualche anno insegna sceneggiatura alla Scuola Macondo di Pescara. Ha pubblicato di recente un racconto su Nuovi Argomenti (vol. 18). Il racconto “Cuore di polipropilene” nasce come prologo di un romanzo che sta scrivendo.

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