California

artigli — Emiliana De Vivo

561 parole


Ribalta il mondo di lato e tutto quello che non è fissato finirà a Los Angeles.
— Frank Lloyd Wright



Esterno, giorno.
Un’auto in movimento. Ho notato che i miei occhi, da un po’, seguono il glicine. Arriva prima il profumo, poi il lilla, esploso in grappoli addosso a rami già stanchi. Non ho mai capito l’entusiasmo collettivo per certi tipi di fiore, — pur essendo io stessa, se vuoi, un tipo di fiore. Le stringo la mano. Ha il nome che avevano tutte le protagoniste dei miei primi racconti; per me, da bambina, non ne esisteva un altro. Lei mi fa credere nel destino, quella superstizione da analfabeti emotivi.
Corre, la strada; noi stoniamo Venditti. Cerchiamo gazze ladre e domande interessanti, senza trovarle.

Interno, giorno.
Due nastri color glicine intorno al mio polso.
“Lo vuoi, il fiocco?”
Non mi conosci, California: voglio sempre il fiocco. Perché tutto ha un significato e un posto, in me. Io sono un atlante. I gesti, miei e altrui, sono incantesimi e stagioni. Diversi hanno cercato di fissare quei nastri: una madre, un’amica, un amante. Il nodo che infine ha retto è stato l’ultimo, il tuo. Ho sorriso, la sera, combattendo per scioglierlo. Pensavo a ciò che il tempo con te mi ha insegnato sui miei cinque sensi.

Esterno, notte.
Pensa all’etimologia della parola desiderio. L’unica cosa che sappiamo per certa è che si parla di un’assenza; nello specifico, quella delle stelle. Non ricordo se le ho viste, su quel tetto. Non so se c’erano. C’eravamo io e te, e cento altri intorno; c’eravamo io e lei, ridevamo come bambine, pensavamo come macellai, ci sussurravamo verbi al futuro. Ogni tanto un uomo elegante arrivava, portato dal vento, e citava Fitzgerald.

Interno, sera.
Prima del tetto c’è stato un letto, da qualche parte. Strane costellazioni sul soffitto. Non volevo spogliarmi (non le so fare, queste cose). E non mi sono spogliata (però le ho fatte lo stesso). In un punto imprecisato dello spazio-tempo ho preso una decisione, l’ho presa e poi l’ho appoggiata da qualche parte, e adesso è lì che mi guarda. Non voglio sapere chi sei. Resta un cosa, non diventare un chi. Resta quel nodo che non voleva saperne di sciogliersi.

Altrove.
C’è un’isola, in me, dove soffiano diversi venti. Non tutti portano uomini eleganti che citano Fitzgerald, anzi; qualche volta arrivano sulle mie sponde residui di naufragi, cocci appuntiti di anime alla deriva e vecchi spartiti resi illeggibili dall’acqua e dal sale. Nel labirinto di vivi e di morti che la abitano c’è una spiaggia lunghissima, bagnata dall’oceano Pacifico; se guardi lontano, quando l’acqua è calma, vedi balene e velieri di quattrocento anni fa. Di notte è difficile distinguere il cielo dal mare, è tutta un’immensa distesa di stelle. Non c’è spazio per i desideri, lì, né per i ricordi: è tutto un incolto presente, dove le cose si sbattono addosso come biglie impazzite e le parole sono dappertutto, nella sabbia e sulle foglie dei larici. Se guardi bene, adesso, trovi anche due nastri color glicine: chiedi, ti diranno che nessuno ne sa niente. Però stai attento, se per caso ti viene voglia di toccarli; ovunque io sia inarcherò la schiena, colta (come un fiore) da un brivido lungo la spina dorsale. Stai attento.



Emiliana De Vivo (1990) scrive storie di fantasmi da quand’era bambina.


In copertina: un’opera di Alice Wellinger


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