mandibole — Giorgia Distefano

Ha già vomitato cinque volte, quattro in traghetto, una nel cestino appena sceso al porto. Non ha potuto confessare a nessuno di avere rimesso anche prima di uscire di casa. Giura di non soffrire di mal di mare, ma il bruciore persiste dallo stomaco alle labbra. Arrivato all’entrata scura e afflitta di Tunis Marine, il muezzin-stereo gracchia il richiamo alla preghiera. Lui si accascia e siede contro la larga cornice blu dell’ingresso alla metro. Gli pare permei lo stesso nauseabondo telegrafico suono da quel mezzogiorno a tutte le albe successive, in passato profetico. Prende la metro leggera sulla linea per La Marsa, per fermarsi a La Goletta. Nel vagone bianco, tagliato da punte di chiavi e pennarelli scuri, fissa le scarpe degli uomini per non rovesciare ancora. Addosso alla signora velata di lilla aleggia un odore acre di harissa, lui sogna di lavarsi la lingua col coriandolo, come se potesse usare il sapore di detersivo per schiumare e sputare via la nausea.
Si abitua ancora una volta all’adhān dell’alba con un’amarezza che porta la stessa vergogna di una nudità. Il soffitto con la muffa nera gli restituisce il suo grigiore, si chiede cosa intendano per alba, ancora non sfibra un solo fascio di sole nella stanza. Scrive sul suo quaderno dalla copertina kitsch splendente, raffigurante il mare di Hammamet.
Ho voluto per mesi sentire il gelo del vento e del mare tra Palermo e Tunisi, svegliarmi con l’adhān, mangiare brik tutti i giorni. Ma non ho fame, non ho sonno. Bevo l’umidità. Non è stato così a Lampedusa, né le notti appiccicose bloccati ad Agrigento. Io e Paolo abbiamo mangiato anche dagli avanzi nella spazzatura. Non è stato così ad Algeri. Non parlo di Marrakech, che fu una orribile vacanza decerebrata. C’è qualcosa che non voglio dirmi. Non mi mancano le camminate sulla neve, i pini fitti, l’inverno vero. Mi mancavano solo quando ti dicevo di volerteli far sentire, vedere, toccare. Prima o poi me lo dirò.
L’uomo dalla polo arancione che lo accoglie appena esce di casa lo trascina con facilità ogni giorno dentro il suo bar, lui chiede un caffè, invece gli versa un tè, alzando la teiera fino al suo orecchio. La schiuma luccica mentre dissolve lo zucchero fitto nel bicchiere, almeno cinque cucchiaini. Mentre guarda in ipnosi l’effervescenza, piove sul tè un ciuffo di menta, poi una manciata di pinoli. Se resta a lungo con lo sguardo perso nel vuoto, l’uomo lo sgrida, ya khwaja, e gli tira una sorta di schiaffo affondando le dita nelle guance scavate. Ovattati, altri uomini ridono. Che arabo buono, si stupisce. Gli chiede che gestore telefonico paghi, il suo lo chiama ancora Tunisiana, nonostante l’azienda abbia cambiato nome da anni. Gli offre tre datteri, ringrazia Dio e morde il primo, pieno di muffa al seme. Gli altri due non hanno alcun sapore per via della menta e dello zucchero del tè che gli infestano la bocca. L’uomo gli offre un altro dattero e lui lo mangia senza controllare. Prima che possa andarsene, gli dice che i tunisini e gli italiani hanno lo stesso sangue. Che c’è un prezzo per gli americani, uno per gli europei, e un altro per gli italiani, lo scandisce con tre dita. Quel giorno, come tutti gli altri, per l’italiano il tè è gratis. Lo accompagna arrancando per circondargli le spalle, parla ancora, ma ormai è sopraffatto dalle ruote sull’asfalto caldo e i clacson nevrastenici. Il sole perfora la pergola blu rovinata dalle intemperie. Due uomini seduti a un tavolo minuscolo, scontrandosi con le ginocchia, giocano d’azzardo al cellulare. Stringono il telefono con una mano ciascuno, cercando di strapparselo a vicenda mentre la roulette digitale scorre. In un momento di silenzio, l’uomo ripete una delle sue solite frasi, La Goulette è la piccola Sicilia. Parla un po’ di italiano. Lui si strofina gli occhi, cercando di risolvere il nodo allo stomaco, senza successo. Saluta augurando la pace e cammina veloce. Gli scorrono di fianco porte e saracinesche dipinte di blu e scorticate in borgogna, un negozio fitto di giocattoli per la spiaggia, salvagenti a forma di animali. Il proprietario fa avanti e indietro con delle bottiglie di plastica ammaccate piene di benzina.
Ho temuto che l’uomo a cui ho domandato dei baracchini potesse tirarmi un pugno, qualcosa più di un livido. Non credo che la mia faccia regga le botte di dieci anni fa. Ti potrei dire con certezza che il registratore pesava meno del cellulare, anche se so che non è vero. Non credo che le mie braccia reggano i pesi di dieci anni fa. Che ne diresti tu? Mi rimprovereresti? Forse ci spero. Ti vedo mangiarti le unghie girando in tondo come la mina di un compasso. L’ultima cosa che mi hai detto è stata: fa’ come vuoi.
Rimediato uno strappo per Sfax, sale sul camion che percorre l’A1. La strada parte fitta d’ulivi d’argento, razzi di agave. L’odore dei fichi d’india marci a terra si mescola al diesel, è una giornata di primavera disgustosa, il sole è di zagara e latte. Mentre gli orizzonti si fanno deserti, la radio vibra i bassi di una canzone egiziana, il camionista batte le dita sul volante. Non parla per tre ore intere, attraversano terre aride e bianche, lui scatta delle foto quando affiorano delle rocce calcaree dalla sabbia. L’uomo indica il mare. Gli chiede se è sicuro di volere scendere al porto, tossisce. Passano di fronte un’industria petrolifera, un noleggio auto. Un pick-up li supera sovraccarico di sacchi e buste da immondizia, lui sospira di sollievo quando vede in lontananza le insegne tutte maiuscole di Sonotrak. Appena sceso dal camion copre il sole con una mano, ma la luce lo punge comunque attraverso le dita magre. L’odore di polvere depositata sul cruscotto si nebulizza e cade a terra, brucia assieme alla plastica calda e il sale inquinato che evapora dalle squame dei pesci. Camminando sulla sabbia bianca verso il porto, gli uomini lo vedono. È il bianco cotto dal sole, rosso sulle guance, trasandato e graffiato per scattare foto con le ginocchia sull’asfalto. Sbroglia i fili del suo piccolo microfono, prende il cellulare che ha comprato per centocinquanta euro assieme alla scheda tunisina. Cerca di togliere la polvere dai capelli cresciuti disomogenei dopo esserseli fatti rasare a zero, seduto su un marciapiede a La Marsa. Allo stesso modo si siede sulla terra bianca. Non va al porto, non si muove più. Osserva il vento sabbioso tra amaranto e tamerici, tra le lame di agave. Chiama Paolo, gli chiede di venirlo a prendere per potere tornare a dormire.
Mi sono segnato il numero di Paolo su una cartaccia per non dover riaccendere il cellulare italiano. Ti vedo girare attorno ai sassi. Mi rimproveri perché mi sono seduto a scrivere sul pavimento. Domani voglio tornare. Se non torno domani muoio con la sabbia in bocca.
La casa di Paolo a Sfax è fuori luogo, con due governanti che camminano da serpenti e sfuggono tra i mobili bianchi di lusso. A cena, la moglie si sistema il velo sotto il mento con le dita rigide e contratte, le sue labbra sono corrucciate. Guarda il piatto mentre Paolo discute e domanda, mima dei sospiri indispettiti. Prima di mangiare, Paolo non ringrazia Dio, ma ride di lui che lo fa. La donna gli tira un calcio sulla caviglia. Non lo guarda comunque. Chiede perdono a Dio.
Paolo mi ha aiutato, ha preso il volo, mi ha offerto una specie di taxi per l’aeroporto. Lui non dice Bismillah prima di mangiare. Mi ricordo quando abbiamo mangiato la prima volta insieme, io ero tornato da cinque mesi in Egitto e quando l’ho detto tu già avevi il boccone tra i denti: lo hai sputato e mi hai chiesto scusa poi lo hai detto pure tu. Ti vedo girare attorno al tavolo da pranzo. A Sfax il sole non tramonta mai e l’alba mi pare non arrivi più. Ma il tempo scorre da me come per te e tu mi avresti detto che il sole taglia la faccia a tutti. Pure sulla neve, da dove vengo io. Pure sul mare, da dove vieni tu. Ti vedo girare attorno al mare.
Siede sul letto, osserva il giardino. Anche la notte nell’Africa di chi non dovrebbe abitarla, ha qualche cosa fastidiosa e senza rispetto della luce. È ancora uno spazio aperto disordinato, solo l’erba è stata tagliata al suolo, e al centro una singola palma è morta, ma rimane dritta, poiché è così che loro muoiono.
Recupera lo zaino dal pavimento, affonda il braccio e prende il cellulare che non tocca da quando ha messo piede dentro la stazione di Tunis Marine. Quando lo accende, vi trova poco meno di un centinaio di mail. Controlla i messaggi.
Devi ricordare che delle cose da perdere ora le hai
Il sole si è mosso, ha fatto il buio più nero. Dall’orizzonte di deserto oltre la piscina iperartificiale sale un’alba dai colori delle ustioni. Lei è l’ingranaggio che smuove il suo giorno, lui la vede girare attorno alla palma morta all’in piedi come la mina di un compasso, mordendosi le unghie.
Giorgia Distefano (Catania, 2003) è laureata in Filosofia all’Università di Catania e studia Religioni e Culture presso l’Università di Palermo e la Pontificia facoltà teologica di Sicilia, concentrandosi sull’islam. Scrive su riviste letterarie dalla fine del 2023, ed è stata pubblicata da L’Indiscreto, Micorrize, Calvario, L’Equivoco e altri.
In copertina: “Lips don’t lie” di Pon Arsher (2026)

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